Il figlio maschio_tra le pagine

Il figlio maschio, di Giuseppina Torregrossa

Le piacevano i libri, anzi ne era “innamorata”, aveva detto al fratello in un momento di abbandono. Quando ne arrivava uno nuovo, prima di metterlo a posto, se lo teneva addosso per qualche minuto come se lo covasse. A occhi chiusi ne esplorava con le dita i recessi.
Di ogni casa editrice conosceva caratteristiche, pregi e difetti. Le bastava toccare un dorso, palpare i nervi, insinuarsi nell’unghiatura per individuarne la provenienza. Riconosceva la grammatura esatta della carta facendo scorrere i fogli tra il pollice e l’indice.
Adorava poi le copertine rivestite di pergamena, un po’ meno quelle telate.

Il figlio maschio

Il figlio maschio è una saga familiare ambientata in Sicilia.
La storia inizia nel 1924 per arrivare al 2005 e racconta le vicende di una famiglia che inciderà profondamente nella vita culturale dell’Isola dando vita alla libreria Cavallotto.
Man mano che la storia si arricchisce di eventi e personaggi, scopriamo come nasce questa libreria (tutt’ora attiva a Catania), le ambizioni culturali dei suoi fondatori, le debolezze umane, la passione per i libri e per l’impresa familiare nonostante le difficoltà.

Il romanzo inizia con un classico scenario siciliano: la terra, un padre contadino che in questa proprietà vede l’unica cosa preziosa per cui vale la pena di vivere, ben dodici figli avuti con Concetta.
Due di loro si troveranno a scrivere una parte importante della storia libraria siciliana intrecciando per un attimo le loro storie con altri personaggi e momenti della cultura siciliana del Novecento.

Non ti racconterò la trama perché si tratta di un romanzo che percorre 80 anni di storia di una famiglia: da Turiddu Ciuni, il patriarca contadino, a Adalgisa e le sue figlie, donne che “hanno portato avanti con grandi capacità un progetto faticoso in una terra complessa come la Sicilia” come dice l’autrice nella sua nota a fine libro.

Ti basti avere un accenno

Le storie si snodano tra Sommatino, Caltanissetta, Palermo e Catania.
Si inizia a Palermo, con Filippo Ciuni, rappresentante Vallecchi, libraio e editore.
Sarà lui a trasformare una bancarella di libri in una libreria vicino il Teatro Massimo:

Nella prima sala correva tutto intorno una scaffalatura da biblioteca fiorentina, le pareti erano rivestite di legno fino al soffitto, c’era di che essere orgogliosi.

Sarà sempre lui a insegnare il mestiere di libraio a Salvatore Fausto Flaccovio (altro nome storico dell’editoria siciliana e notissimo libraio palermitano).
E sarà ancora Filippo Ciuni a pubblicare Benedetto Croce e a morire da partigiano all’alba della Liberazione.
La febbre dei libri contagia la moglie di Filippo, ma anche e soprattutto Concettina Ciuni, la sorella.

Suo figlio, Vito Cavallotto, ha fatto pratica nella libreria Salvatore Sciascia di Caltanissetta: lì sta per aprire una nuova libreria e presto aprirà anche un punto vendita a Catania.

In mezzo, storie di matrimoni, contrasti familiari, riflessioni sulla società siciliana che cambia nel tempo, un accenno ai contesti storici, tante donne.

Il figlio maschio infatti è un titolo intrigante: di uomini qui ce ne sono pochi, e il più importante è una promessa. La storia è fatta e guidata dalle donne della famiglia, che a modo loro si ribellano tutte al modo in cui la società in cui vivono le vorrebbe o che riescono in qualche modo a difendere loro stesse restando dentro comportamenti “rispettabili”.
Concetta Russo negli anni ’20 fa studiare tutti i suoi dodici figli facendo contrariare il marito che, ricordiamolo, ha in testa solo la terra.
Concettina si metterà alla prova tentando di scrollarsi di dosso quell’atteggiamento provinciale tanto da farle preferire di far la “serva” alla cognata al tornare da padrona a Sommatino.
Luisa sconvolgerà la mente di Filippo, lo farà desistere dalla fede fascista tanto da spingerlo a lottare contro il regime, e ancora Adalgisa, donna forte e debole allo stesso tempo che dovrà vedersela con un destino difficile, e per finire le sue figlie.

Il romanzo descrive in ogni capitolo un personaggio e un tempo della storia della famiglia, lasciando molti accenni, quasi non dando il tempo al lettore di scoprire un personaggio perché la storia corre più veloce e  tutta sulle emozioni.
Forse è proprio il genere della saga familiare che provoca certi problemi di narrazione, svilisce le descrizioni in favore di un arco temporale molto lungo che deve comunque vedersela con il numero di pagine. Tutto è accennato: dai periodi storici ai contesti culturali, dalla vita dei personaggi ai loro caratteri, la narrazione è annebbiata, e ha soluzioni molto semplicistiche.

Saga familiare siciliana: un genere letterario di successo

La saga familiare ha delle peculiarità facilmente riconoscibili:

  • coinvolge una o più generazioni di una famiglia
  • la psicologia dei personaggi è alla base della narrazione
  • è considerato un genere editoriale decisamente commerciale, con una predominanza di pubblico femminile.

La Sicilia sembra avere nel proprio DNA il genere della saga familiare: sarà perché noi siciliani siamo di solito descritti come passionali? O per la facilità con cui la società siciliana ha vissuto repentini cambi di fortuna? Sarà perché ci reinventiamo con maestria? O semplicemente perché quest’isola è sempre stata di tutti e di nessuno, disposta a farsi assoggettare dal più forte per poi sparigliare le carte e creare rivoluzioni?

La storia dei Florio narrata nel romanzo I leoni di Sicilia e diventato best seller in pochissimi mesi,  è solo l’ultimo esempio di grandi storie che narrano vicende di famiglie e intere generazioni in Sicilia.
Nobili, mafiosi, disperati siciliani che lottano contro la parte malinconica della propria “sicilitudine”, o che si muovono nell’isola come in una terra di conquista.
Il primo esempio che mi viene in mente, e credo anche a te, è la storia della sfortunata sorte dei Malavoglia, ma anche le vicende della famiglia catanese Uzeda, che ne I Viceré si muove dentro il periodo risorgimentale.
Forse anche Il Gattopardo può essere considerato una saga familiare, sebbene per lo più lo si interpreta come romanzo storico. E anche negli ultimi anni sono fiorite nuove storie, siciliane fino al midollo per penna, ambientazione e fatti storici.

Libri, librerie e pure la mia città, con una spruzzata di dialetto

Non amo le saghe familiari, le trovo dispersive, però in questo libro ho trovato piacevole il tema: difficile trovare storie che raccontano librerie e editoria siciliane, e per questo la Torregrossa ha il merito di aver raccolto dalle eredi Cavallotto racconti e ricordi.

Oltre la passione per i libri mi ha preso piacevolmente alla sprovvista l’ambientazione: racconta anche della città in cui vivo attualmente, Caltanissetta, e del suo secondo e unico periodo di vero fermento culturale e letterario: la “piccola Atene” che dal secondo dopoguerra scivolano fino ai ’70 e ‘80. Un caso più unico che raro.
No, proprio il solo, credo.

A Caltanissetta fioriscono le librerie indipendenti, Salvatore Sciascia è un editore illuminato che avrà tra i suoi collaboratori più stretti il suo omonimo Leonardo, nel suo catalogo Pasolini, Bevilacqua, Caproni, Fortini, solo per citare alcuni autori.

Di libri e librerie è pieno il testo, naturalmente.
Il romanzo ruota bene intorno questi “oggetti magici” che uniscono le generazioni, e forse funzionano bene perché è la parte vera della storia che racconta l’autrice.
Insomma, è un libro gradevole, che ha tutta la leggerezza della spiaggia.

Il linguaggio poi, che l’autrice in numerosi articoli dichiara essere un misto tra lingua del cuore (il dialetto) e lingua del cervello (l’italiano), a me pare purtroppo solo un tocco di colore che molti autori si possono permettere grazie allo sdoganamento linguistico che a suo tempo Camilleri ha fatto di alcuni termini siciliani.

L’altra costante di questo libro riguarda la descrizione dei personaggi: una certa passionalità carnale serpeggia costantemente tra mogli e mariti, donne e uomini, lenzuola e paesaggi.
La Torregrossa insiste su quanto la carne frema sotto le mani ansiose in camera da letto, come se questo elemento contraddistinguesse la sicilianità e fosse così necessario da essere onnipresente.
Insomma, va bene la passionalità sicula, ci mancherebbe, ma in queste pagine viene ripetuta in maniera noiosa, non ci sono particolari slanci letterari e creativi per descriverla e alla lunga diventa ridondante.
Non è così peculiare, non è così incisiva, ma dà un tocco di esotismo isolano: come vedere le teste di moro in balcone o i limoni dipinti sui piatti da portata che, per intenderci, fanno subito Sicilia.

Un romanzo lascia sempre qualcosa

Una cosa di certo a questo romanzo la devo: appena l’ho finito sono andata in biblioteca qui a Caltanissetta a cercare notizie su Sciascia (Salvatore) e Cavallotto, assetata di immagini e testimonianze storiche.
Ne ho trovata solo una: una foto del corso principale su cui si affacciava la libreria Cavallotto, su un libricino di foto che raccontano lo sviluppo urbanistico della città.

la libreria Cavallotto vista da corso Vittorio Emanuele II, Caltanissetta

Il figlio maschio, così come I leoni di Sicilia sono libri gradevoli ma che non scatenano nessuna emozione letteraria.
Un libro che però ti consiglio a proposito di famiglie è Patria, di Fernando Aramburu: una “doppia saga familiare” che, sebbene letta in traduzione (ahimè) mi ha dato una botta in testa talmente forte da farmene parlare ancora come uno dei libri più belli degli ultimi anni.
Se non lo hai ancora letto sbrigati, in Italia è stato pubblicato da Guanda.

On line ben poco, ma è una ricerca che mi sono ripromessa di portare avanti, non foss’altro che per illuminare quel periodo così intellettualmente vivace e per questo rarissimo in questa cittadina del centro Sicilia.

Il colophon

Giuseppina Torregrossa è una scrittrice palermitana, ha pubblicato molti dei suoi romanzi con Mondadori e Il figlio maschio è la sua prima pubblicazione con Rizzoli.  Esordisce nel 2007 con L’assaggiatrice; altri titoli conosciuti sono Il conto delle minne, Panza e Prisenza, La miscela segreta di casa Olivares.

Nell’edizione Rizzoli la copertina riproduce il dipinto Gare de l’Est di Catherine Abel, pittrice australiana che si ispira allo stile Art Deco di Tamara De Lempicka: colori ben definiti, figure eleganti dai tratti decisi, che vogliono comunicare la seduzione della bellezza e la forza del carattere.
Il progetto grafico è stato sviluppato da The World of Dot, agenzia milanese specializzata in grafica editoriale.